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“Ho appena scritto un libro dedicato ai ragazzi, l’ho pubblicato con una casa editrice per giovani. Ne sono fiera. L’abbiamo intitolato “Le tue antenate”. Parla di donne pioniere. Quelle che hanno dovuto lottare contro pregiudizio e maschilismo per entrare nei laboratori, che hanno rischiato di vedersi strappare le loro fondamentali scoperte attribuite agli uomini, che si sono fatte carico della famiglia e della ricerca.”

 

(Rita Levi Montalcini)

 

 
Rita Levi Montalcini (Torino, 1909 – Roma, 2012) è stata l’unica donna italiana ad aver vinto un Premio Nobel scientifico. Gemella (l’altra sorella, Paola, farà la pittrice), figlia di un ingegnere elettrotecnico e di una pittrice, dopo aver convinto il padre a farla studiare, si è laureata nel 1936 in Medicina presso l’Università di Torino. Femminista in una famiglia dai costumi vittoriani, ebrea e libera pensatrice nell’Italia di Mussolini, il premio Nobel ha dovuto fronteggiare molte e varie forme di oppressione nella sua vita. Nonostante questo la neurobiologa non ha mai perso la sua tenacia e anzi ha trasformato le difficoltà in punti di forza. 
 
 
 
In seguito alle leggi razziali del 1938 in quanto ebrea sefardita, Rita fu costretta a emigrare nel marzo del 1939 in Belgio dove si trovava già il suo maestro Giuseppe Levi, e dove si trovava anche la sorella Anna insieme alla famiglia, sebbene stesse ancora terminando gli studi specialistici di psichiatria e neurologia. Sino all’invasione tedesca del Belgio (primavera del 1940), fu ospite dell’istituto di neurologia dell’Università di Bruxelles dove continuò gli studi sul differenziamento del sistema nervoso
 
 
 
 
Nell’autunno del 1943, l’invasione dell’Italia da parte dell’esercito tedesco la costrinse ad abbandonare il suo ormai pericoloso rifugio in Piemonte e fuggire a Firenze. In Toscana, Rita Levi-Montalcini era in contatto quotidiano con molti amici e partigiani del “Partito di Azione“. Nell’agosto del 1944, gli eserciti anglo-americani in avanzamento costrinsero gli invasori tedeschi a lasciare Firenze. Al quartier generale anglo-americano, fu assunta come medico ed assegnata ad un campo di rifugiati di guerra in cui i malati venivano portati a Firenze dal Nord Italia, dove la guerra era ancora in corso. Dopo la fine della guerra, tornò con la famiglia a Torino. Fu molto attiva anche a livello sociale e politico. Ricordiamo ad esempio l’istituzione nel 1995 della Fondazione Rita Levi Montalcini Onlus, della quale fu presidente, finalizzata all’aiuto delle giovani donne dei paesi dell’Africa soprattutto attraverso la promozione e il sostegno dell’istruzione a tutti i livelli.

 
 
 
 
Famosissimo è il suo saggio l’asso nella manica a brandelli, Rita Levi Montalcini affrontava il tema della vecchiaia, che nei versi di una poesia di Yeats viene raffigurata come un “abito a brandelli”. La scienziata affermava che “nel gioco della vita, la carta di maggior valore è rappresentata dalla capacità di avvalersi, in tutte le fasi e in particolare nella fase senile, delle attività mentali e psichiche in proprio possesso. Il cervello può mantenere le proprie funzioni anche in tarda età, grazie alla capacità delle cellule cerebrali residue di compensare la diminuzione numerica con un aumento delle ramificazioni e l’utilizzo di circuiti neuronali alternativi”.

 

“Non le fibre nervose, ma le idee germogliavano nel mio cervello, e in modo così tumultuoso da non lasciarmi il tempo di seguire altri pensieri.”

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