L’origine di Benevento si fa miticamente risalire, come per tantissime altre città, all’arrivo di un eroe greco reduce dalla disastrosa guerra di Troia. In questo caso sarebbe stato Diomede a fondarla e sempre sul suolo beneventano il principe greco si sarebbe incontrato e scontrato quasi a morte con Enea, eroe troiano che, sempre secondo le leggende, fondò Roma. Una, seppur piccola, prova di ciò sarebbe in una moneta del IV secolo a.C. ritrovata in zona raffigurante un cavallo, da sempre simbolo di Diomede. Durante tutto il periodo romano la città divenne fra le più floride dal momento che rappresentò uno snodo importantissimo per le principali tratte commerciali e strade. Nel 369 d.C. venne quasi completamente distrutta da un violento terremoto, episodio che segnò un repentino declino per Benevento. I longobardi, inizialmente avversi al Cattolicesimo, seguaci dell’eresia ariana e legati ancora al culto pagano di Wothan, pervennero alla conversione avvenuta nel 663 ad opera del vescovo Barbato, famoso anche per aver ordinato l’abbattimento del principale simbolo dell’eresia e del paganesimo, quell’albero di noce intorno al quale si svolgevano i riti.

La leggenda

Dopo la conversione, la leggenda sostituì ai guerrieri donne malefiche che, danzando freneticamente intorno all’albero, mettevano in pratica banchetti e riti orgiastici cui partecipava il diavolo, in sembianze di caprone. Lungo  le sponde del fiume Sabato; invocate da una cantilena, che recitava “‘nguento ‘nguento, mànname a lu nocio ‘e Beneviente, sott’a ll’acqua e sotto ô viento, sotto â ogne maletiempo”.

La janara usciva di notte e si intrufolava nelle stalle dei cavalli per prendere una giumenta e cavalcarla per tutta la notte. Avrebbe avuto inoltre l’abitudine di fare le treccine alla criniera della giovane cavalla rapita, lasciando così un segno della sua presenza. Capitava a volte che la giumenta sfinita dalla lunga cavalcata non sopportasse lo sforzo immane a cui era stata sottoposta, morendo di fatica. Per evitare il rapimento delle giumente si era soliti, nel passato e ancora oggi, piazzare un sacco di sale o una scopa davanti alle porte delle stalle, poiché la janara non poteva resistere alla tentazione di contare i grani di sale o i fili della scopa e mentre lei fosse stata intenta nella conta sarebbe venuto il giorno e sarebbe dovuta fuggire.

Aggressive e acide, andavano in giro nude ed avevano un aspetto mostruoso, simile a quello delle arpie. Si pensava anche che fossero fonte di guai e infertilità oltre che portatrici di malesseri ai danni dei bambini. Erano proprio i più piccoli le loro vittime preferite: essende figlie del demonio, non in grado di allevare figli, si accaniscono sugli infanti per pure gelosia. Esiste anche un’altra leggenda, quella della Janara incinta. Si trattava di una contadina vissuta a metà Ottocento che praticava fatture e malocchi. Messa al rogo quando era ancora in stato interessante, la strega avrebbe deciso di tornare a vendicarsi sulle generazioni future per il male subito.

Ancora oggi si dice che, quando qualcuno di notte ha una strana sensazione di oppressione al petto, sia la Janara che  stendendosi sul corpo non lascia respirare. La fortuna di questa credenza è da associarsi probabilmente alle paralisi del sonno o paralisi ipnagogica, che si presenta come un brusco risveglio nel cuore della notte e i cui sintomi sono senso di pesantezza sul torace, incapacità di respirare, allucinazione o suggestione della presenza di mostri. In Europa, un tempo si credeva che questo disturbo fosse causato proprio da esseri malefici. La visione di un fantasma, però, è solo una proiezione della mente, anche se alcune credenze continuano a essere molto diffuse facendo leva sullo stress delle persone colpite, per questo gli antichi rimedi per scacciare via quelle figure hanno ancora oggi molti seguaci. Ma questo disturbo ha una solida spiegazione scientifica che esclude ogni fattore paranormale, sia mitologiche creature che abitanti di altri mondi. 

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