“Il ritratto di Dorian Gray”, il romanzo nato per gioco

Condividi su

Fonte foto: Wikipedia

Chi non conosce Il Ritratto di Dorian Gray?  Forse non tutti avranno letto il romanzo dato alle stampe nel 1890,  ma la maggior parte di noi ha sicuramente visto il film o ritrovato il bel protagonista in altre pellicole. In tal senso le ultime apparizioni degne di nota del bel Dorian sono in Penny Dreadful e in Le terrificanti avventure di Sabrina.

Dorian Gray

Fonte foto: Villains Fandom/TVmaze/MyMovies

Dietro il ritratto

Anche se si tratta di una cosa della quale Oscar Wilde non ha mai mancato di vantarsi, oggi non tutti sanno che l’autore di questo discusso romanzo ha sempre sostenuto di aver scritto Il Ritratto di Dorian Gray in pochi giorni. Per l’autore si è trattato di un gioco per dimostrare a degli amici di essere in grado di scrivere un romanzo in grado di funzionare in breve tempo. Non so voi ma io gli credo! E dopo aver letto il resto dell’articolo, penso che potreste essere propensi a credere a queste parole anche voi.

Oscar Wilde

Oscar Wilde a partire dall’anno 1897 sceglie di utilizzare lo pseudonimo di Sebastian Melmoth, questa scelta viene fatta in onore del lavoro del prozio Charles Robert Maturin, autore di Melmoth l’Errante. Pochi anni prima di questa data, Oscar Wilde viene processato e arrestato per sodomia e condannato ai lavori forzati. A sostegno della sua tesi l’accusa utilizza come prova anche il contenuto di Il ritratto di Dorian Gray. Già prima di questo tragico evento dal quale Oscar Wilde non si riprenderà mai completamente, l’autore è molto legato alla figura del prozio e al romanzo di Melmoth e sia l’opera che il parente sono per lui punti di riferimento.

Dorian Gray e J, Melmoth

Con Il ritratto di Dorian Gray, Oscar Wilde compie una sorta di opera celebrativa che racchiude fra le pagine sia il suo arrivo come giovane esteta a Londra che il romanzo del prozio. Il filo conduttore sta proprio nel ritratto, elemento presente in entrambi i romanzi. In entrambi i casi i ritratti racchiudono la vera natura dei protagonisti. Sia Dorian Gray che J. Melmoth vogliono che il tempo non alteri le proprie sembianze, ma se per J. Melmoth l’aver dato via la propria anima è causa di una disperata ricerca solitaria, per Dorian le cose sono diverse. Per tutta la prima parte del romanzo Dorian ci mostra in che modo Melmoth si sarebbe potuto divertire in quanto persona agiata ed esteticamente appagante. Tutto quello che avrebbe dovuto fare per far cadere in tentazione le persone per corrompere le loro anime Dorian lo mette in atto semplicemente accettando la sua nuova condizione. Si tratta di un passatempo letterario che ad una persona come Oscar Wilde (intelligente e cresciuta in una famiglia stimolante e culturalmente alta) riesce, per l’appunto, come un gioco.

La caduta di Dorian Gray

Dorian precipita quasi per gioco, peccato che il gioco non sia il suo ma quello di Lord Enrico che, incapace di accettare la perdita dei vantaggi della propria giovinezza, circuisce il giovane rampollo per vivere il riflesso della propria dissolutezza. Dorian è una persona debole e sola che pur di trovare l’approvazione di una persona che reputa influente, rinuncia ad utilizzare il proprio cervello per ragionare. Solo il confrontarsi con i segni della corruzione che porta il ritratto sembra accendere in lui lo stimolo a porsi delle domande ma quando accade è già troppo tardi. Infatti solo sul finire del romanzo, e con queste parole, Dorian esce dall’incanto e comincia a vedere Lord Enrico per il patetico e nostalgico retore dell’ovvietà:

– No Enrico. L’anima è una terribile realtà. Si può comprare, vendere, barattare, si può corromperla o renderla perfetta. In ognuno di noi vi è un’anima, lo so.
– Ne sei proprio sicuro, Dorian?
– Proprio sicuro.
– Ah, allora dev’essere un’illusione. Le cose di cui ci sentiamo assolutamente certi non sono mai vere. […] Giovinezza! Non v’è nulla che la valga.”

Peccato accorgersi dell’errore dopo 250 pagine di scelte fatte per compiacere qualcuno lontano dalla propria essenza!


Condividi su