Giacomo Leopardi

Giacomo Leopardi: vita, opere e pensiero del grande poeta di Recanati

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Fonte foto: Wikipedia

Chi non conosce Giacomo Leopardi? Poeta, filosofo, scrittore. Amato e odiato, incubo ricorrente tra i banchi di scuola, spesso chiamato (ingiustamente) in causa per denigrare l’atteggiamento altrui.

«Non vorrai mica finire come Leopardi?» Chiediamo allo studente chiuso in casa a studiare senza sosta. «Sembri proprio Leopardi!» Diciamo in tono canzonatorio all’amico depresso per amore. Ma a cosa deve, il celebre artista, la sua ambigua fama? Facciamo un passo indietro.

La vita

Giacomo Leopardi

Fonte foto: Wikipedia

Giacomo Leopardi nasce a Recanati il 29 giugno 1798 e, sebbene siano passati più di duecento anni, è ancora considerato tra gli intellettuali più influenti e talentuosi italiani. Nonostante le nobili origini, a causa di un incauto investimento del padre, si ritrova in forte difficoltà economica già durante l’infanzia. Fin da bambino, decide di sfogare i suoi turbamenti nello studio, servendosi dell’enorme biblioteca paterna e seguendo, allo stesso tempo, l’educazione gesuita. È proprio tra i libri del padre che trova la Bibbia poliglotta che gli permette di imparare il latino, il greco e l’ebraico già in tenera età. L’eccessivo studio e l’isolamento lo portano, però, a riscontrare problemi psicologici e fisici: si trova a lottare, infatti, con reumatismi e scoliosi, attacchi di ansia e depressione. I suoi problemi influenzano i suoi scritti, e lo sollecitano ad approfondire i motivi del disagio umano, della sofferenza dell’animo e a interrogarsi sul significato intrinseco della vita.

Il pensiero

Avviene in Leopardi una vera e propria conversione letteraria, che lo spinge a interessarsi alla filosofia e all’arte in ogni sua forma. Sono gli anni dello Zibaldone, una raccolta personale di pensieri e appunti. Sono anche, purtroppo, gli stessi anni in cui si trova in contrasto coi genitori per la prima volta, perché lo vogliono introdurre alla carriera ecclesiastica, nonostante lui sia ateo.  Dopo un primo periodo in cui concentra il dolore solo su sé stesso, il poeta prende coscienza che l’infelicità fa parte della natura dell’uomo e crede fermamente che l’essere umano sia destinato a soffrire per tutta la vita. Si tratta del pessimismo cosmico, ovvero il pensiero leopardiano alla base della maggior parte della sua produzione poetica. Leopardi costruisce un sistema filosofico che utilizza anche nello sviluppare le sue opere.

L’infinito

Tra queste, è doveroso menzionare la più celebre, quella che meglio manifesta il piacere ricercato nella solitudine e la necessità di mettere in moto l’immaginazione per riportare in auge un sentimento più e più volte, rivivendolo nel ricordo con la stessa intensità della prima volta. Parliamo de L’infinito.

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.”

A Silvia

Un altro celebre componimento, erroneamente considerato un componimento d’amore, è A Silvia. A dispetto del titolo, che potrebbe effettivamente trarre in inganno, l’opera si ispira a Teresa Fattorini, la figlia del cocchiere di Leopardi. Paragonandola alla Ninfa di Tasso, la giovane rappresenta il sogno infranto troppo presto, il dolore per una morte prematura, l’ingiustizia. Di seguito l’opera:

“Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare          

Di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all’opre femminili intenta        
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri                
Talor lasciando e le sudate carte,
Ove il tempo mio primo
E di me si spendea la miglior parte,
D’in su i veroni del paterno ostello
Porgea gli orecchi al suon della tua voce,    
Ed alla man veloce
Che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.    
Lingua mortal non dice
Quel ch’io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia                
La vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
Un affetto mi preme
Acerbo e sconsolato,
E tornami a doler di mia sventura.        
O natura, o natura,
Perchè non rendi poi
Quel che prometti allor? perchè di tanto
Inganni i figli tuoi?

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,        
Da chiuso morbo combattuta e vinta,
Perivi, o tenerella. E non vedevi
Il fior degli anni tuoi;
Non ti molceva il core
La dolce lode or delle negre chiome,        
Or degli sguardi innamorati e schivi;
Nè teco le compagne ai dì festivi
Ragionavan d’amore.

Anche peria fra poco
La speranza mia dolce: agli anni miei        
Anche negaro i fati
La giovanezza. Ahi come,
Come passata sei,
Cara compagna dell’età mia nova,
Mia lacrimata speme!                

Questo è quel mondo? questi
I diletti, l’amor, l’opre, gli eventi
Onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell’umane genti?
All’apparir del vero                    
Tu, misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano.”

Iniziative realizzate in suo onore

Sono tantissime le iniziative che negli anni sono state organizzate in questa data per onorare il celebre poeta. In particolare, ricordiamo quella dell’associazione 99 non è cento – APS, che ha deciso di dipingere dei versi tratti da Le operette morali su una scalinata di Montesacro, in via Tremiti. L’artista che si è fatto carico dell’operazione si chiama Giovanni Cesi, che ha preso spunto da una scalinata simile di Bisceglie, in Puglia


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