“La scala di seta” di Lorena Santi – Recensione

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Fonte foto: Portrait de Julie Vellay di Camille Pissarro.

Oggi parliamo de La Scala di seta, romanzo breve di ambientazione gialla di Lorena Santi.

Pubblicato dalla EEE-Edizioni Esordienti E-book, il libro è distribuito gratuitamente sia sul sito della casa editrice che su Amazon in formato Kindle, piattaforme da cui è già scaricato più di 6000 volte.

Un non giallo

La scala di seta, pubblicato nel 2011 (ma muovendoci in digitale non ha senso parlare di edizione, in quanto la vetrina permane sempre attuale), è un giallo vecchio stile modello Poirot, ma solo apparentemente. Come abbiamo già precisato, il giallo in realtà è solo l’ambient della situazione, al limite il MacGuffin, il motore della storia di un sottotesto decisamente più importante. Attorno alle situazioni investigative che il libro narra si costruisce una situazione personale che ruota attorno alla passione personale, quella legata al commercio d’arte:

“Chissà se poi Georges aveva davvero fatto il pittore? Talento ne aveva, ricordava i bei ritratti a carboncino che faceva di lei. Forse, però, il talento non era sufficiente. I pittori devono avere un protettore, come le puttane. Qualcuno come Gaston, per esempio, in grado di lanciarli sul mercato.”

E quella legata all’amore e al modo in cui le due cose spesso si scontrano con esiti decisamente infausti:

“Ecco, dentro una busta di carta oleata, quegli ultimi carboncini e pastelli realizzati a Fumay. Eccola. Eccola, con le sue splendide gambe dritte e lunghe, di cui neppure le rozze scarpe da contadina riuscivano a guastare la linea elegante. Eccola nei suoi vestitucci da quattro soldi, col fazzoletto in testa, quando l’aveva ritratta seduta sotto il melo, dietro la casa. Si inginocchiò sul pavimento, spargendo i disegni intorno a sé. Ci aveva messo tutto il suo amore, in quei ritratti, come in quella storia. Non era un ragazzino, aveva già venticinque anni. Avevano amoreggiato per un anno, poi lui le aveva chiesto di sposarlo. Gli era sembrato naturale, mai aveva pensato di non fare sul serio, la sua educazione ed i suoi principi non potevano suggerirgli una soluzione diversa. Per questo era rimasto di stucco, quando lei gli aveva riso in faccia. “Ma che vuoi, che stiamo qui tutta la vita ad allevare vacche?” “Cosa vorresti fare?” “Togliermi via da questo letame. Tutto qui. Non ne posso più di questa vita”. Era partita di lì a qualche giorno, con una piccola valigia di cartone, sulla corriera per Reims.”

Diventa presto chiaro che la storia è quindi quella di un amore spezzato, umiliato, persino: del disprezzo per chi prova a inseguire i propri sogni, del modo in cui esso viene deriso. Perché distruggere l’amore, i sogni, le aspettative (e tutte queste cose assieme) distrugge la vita: ricordatevelo, sembra dirci l’autrice, quando valutate una persona per il fatto di voler fare arte. Quando sottostimate il suo studio, quando pensate che “sì… lavoro”. Quando lo giudicate solo nel contesto economico (e quando valutate un libro da quanto e da con quale casa editrice vende, piuttosto che dal contenuto). Quando comunque li prendete, gli artisti, li usate per un po’ e poi ve ne andate per inseguire la bellezza dei soldi. Perché sarà anche vero che essi devono avere un protettore, proprio come le puttane. Però le puttane sono quelle che quello che fanno lo fanno per denaro, ricordatevelo.

Arte vera e amore incondizionato non sono per tutti: richiedono entrambi sacrifici immensi per molti inimmaginabili. Un messaggio sofisticato e, per i più, celato.

Fonte foto: ©2011 EEE-Book

L’autrice usa una scrittura chiara e agile, con uno stile pulito ed elegante (sei refusi in tutto il libro, tra cui l’attribuzione della copertina alla vecchia illustrazione. Tra l’altro, e questo è probabilmente l’unico vero errore, la scelta della copertina trae in inganno e fa pensare a tutt’altro), tipico dei romanzi di Agatha Christie; totalmente privo di volgarità, violenza o di inutili scene d’azione. Piuttosto, fermo, ragionato, perso in pensieri di fumosi ricordi che collaborano al raggiungimento della soluzione. L’opera viene presentata genericamente come giallo, abbiamo detto, ma, sottotesto a parte, è molto più probabilmente ascrivibile al genere del noir. Quantomeno vi tende, senza arrivarci: il protagonista è ancora un poliziotto, come nel giallo, e non il semplice cittadino del noir né l’investigatore di quello che del noir è l’eccesso letterario, l’hard boiled. Eppure è un poliziotto strano, molto più investigatore e molto più uomo abbandonato e che si è abbandonato (le conseguenze del rifiuto di cui sopra) che uomo di divisa, e le nebbie che renderebbero il noir lapalissiano sono indubbiamente presenti nei suoi ricordi e nella sua accettazione della vita che è stata.

Del giallo vero e proprio, poi, il libro manca volutamente le caratteristiche classiche: è abbastanza semplice rintracciare il colpevole, segno che non era quello che premeva all’autrice (sebbene la forma del testo voglia sembrare proprio quella della ricerca investigativa tipica), mentre non è semplice intuire il comportamento dei personaggi (tanto da lasciarsi sfuggire qualche leggerezza nelle situazioni, ma si sa, persino l’Arkham Asylum non ha le sbarre alle finestre. Ogni storia ha il suo giusto livello di sospensione dell’incredulità), arrivando a muovere l’indagine più sullo scavo psicologico che sulla ricerca degli indizi. Il meccanismo della storia sta infatti più sul capire in che modo il poliziotto riuscirà a smascherare il colpevole, che sul comprendere come il colpevole abbia agito. È un movimento intellettuale che fa parte del giallo concettuale inventato da Richard Levinson e William Link (gli autori del tenente Colombo) basandosi sui lavori di Ellery Queen e che ribaltava il classico presupposto di matrice inglese del whodunit (contrazione dell’inglese Who has done it?, Chi l’ha fatto?). Ambientato negli anni 70 del secolo scorso (anche se l’intuizione non ne è così immediata), si legge veramente in poche ore, quindi la si può definire tranquillamente una lettura d’intrattenimento. Lo consigliamo, perché nonostante non abbia alle spalle Mondadori o Feltrinelli, è una scrittura onesta e come tale si presenta; che merita di esistere e di essere letto.

Il contesto di pubblicazione

Un discorso a parte merita il metodo di pubblicazione, sebbene la sua scelta faccia evidentemente parte del contenuto dell’opera. Conoscerete Paria dei Cieli, La fine dell’eternità e Roger o della gravità di Isaac Asimov? Opere celebri, certo. E Fantasimov (The alternate Asimov)? Non sapete nemmeno cosa sia, vero?

La parola alternate è piuttosto importante. Nell’industria editoriale scrivere storie non sempre significa vederle pubblicate. E nel caso quasi mai lo saranno così come erano. The alternate Asimov è una raccolta dei tre romanzi suddetti, pubblicata mediamente più di trent’anni dopo la loro prima pubblicazione, nella loro versione originale: molto differente da quella poi andata in stampa. Un caso unico al mondo.

Oggi tuttavia le cose sono cambiate: non ci sono solo le librerie, non ci sono solo le case editrici, non c’è solo la carta. Cambiare anche solo uno di questi elementi (o anche tutti) può fare una clamorosa differenza.

Il canale scelto da Lorena (lo scaricamento gratuito sia da Amazon che dal sito dell’editore) è solo uno dei tanti esistenti. Lorena è infatti uno dei tantissimi autori che hanno deciso di sfruttare tali canali alternativi all’editoria classica, senza per questo valere meno degli altri. Ci sono molte opere auto-pubblicate di gran lunga superiori a quel che si trova sul mercato tradizionale: con la differenza che questi sono meno imbrigliati, non si adattano agli standard di formattazione e di fanservice delle case editrici, e scrivono semplicemente quello che sentono di voler scrivere. In circolazione ci sono un numero spropositato di libri che dall’editoria tradizionale non verranno presi in considerazione mai, semplicemente perché non mainstream. La maggior parte di queste opere interessanti non sono vendibili a dieci, quindici, venti euro, e sono comunque troppe per le librerie. Sono opere (e autori) che semplicemente non appartengono al mercato dell’industria dell’editoria; questo non significa che non esistano, anzi. Possono puntare ad una platea notevolmente ridotta rispetto al mercato tradizionale, sebbene virtualmente infinita, di un mercato che comunque esiste e che ha delle potenzialità immense sul lungo termine, e altre più piccole visibili già nell’immediato: quelle che sicuramente erano nell’interesse dell’autrice (ma non certo l’unica) era quella di poter pubblicare un libro come lo desiderava lei e gratis. Perché gratis? Perché sì. Perché l’opera appartiene all’autore che ne fa quello che vuole. Stabilmente o temporaneamente, per lancio, per promozione, per connessione tra altre sue opere, o semplicemente perché così gli va. Perché se è vero che l’editoria fondamentalmente è un mestiere (prima ancora che un’industria), in qualche modo è anche vero che la scrittura è principalmente un’arte. E che in quanto tale non è fatta per guadagnare, ma soprattutto per esprimere qualcosa; e perché ciò sia vero necessita di raggiungere la maggiore platea possibile (ed ecco che acquista un senso decisivo l’opera gratis, che si pone in parallelo, ad esempio, alla mostra di opere pittoriche). E come tutte le arti, subordinarla al mercato significa quasi sempre castrarla, se non praticamente ucciderla.

Per intenderci, le 6000 copie del libro rapportate alle vendite della maggior parte delle opere cartacee della medesima categoria lo pongono ad una diffusione circa sessanta volte superiore a quella che avrebbe avuto se avesse affrontato un’esperienza editoriale di tipo classico. Appare quindi chiaro che questa sia l’esatta collocazione di un libro del genere, che solo perché non in grado di foraggiare un’industria non significa che non esista dignitosamente. E anzi, probabilmente dato il suo messaggio non avrebbe avuto il minimo senso pubblicarlo in nessun altro modo.


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