“La Venere di Urbino” di Tiziano, il capolavoro didattico

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“Più incantato ancora rimasi di fronte a un quadro di Tiziano. Esso supera in splendore quanti ne ho finora veduti. Se ciò dipenda dalla mia più affinata sensibilità, o se davvero esso sia il più bello, non saprei dire di certo. […]  Non ci chiediamo come o perché, solo constatiamo il fatto che ammiriamo l’eccellenza dell’arte.”
J.W. von Goethe, Viaggio in Italia

Sono tanti gli artisti italiani che hanno reso l’arte della nostra penisola apprezzata e acclamata in tutto il mondo. Sono decine e decine quelle personalità che ci rendono oggi orgogliosi del nostro inestimabile patrimonio culturale. E, tra questi, non può non essere citato Tiziano Vecellio –  o, più semplicemente, Il Tiziano.

Nato a Pieve di Cadore (BL) in un anno sconosciuto verso la fine del XV secolo, attualmente attestato tra il 1488 e il 1490, Tiziano fu un cittadino della Repubblica di Venezia ed esponente di spicco della scuola pittorica veneziana, in particolar modo del tonalismo; una tipica tecnica veneta che donava alle opere una nuova, rivoluzionaria percettibilità del colore, con contrasti cromatici più decisi e dinamici. Tiziano fu inoltre uno dei pochi pittori italiani ad essere stato proprietario di una vera e propria azienda artistica che lavorava su commissione.

La sua carriera fu un continuo crescendo di successo e ammirazione, tanto da farlo divenire uno degli artisti più ricchi della storia. Amato proprio per il suo uso del colore, divenne nel 1513 pittore ufficiale della Serenissima, sostituendo l’oramai anziano Giovanni Bellini, rifiutando persino l’invito di Papa Leone X a trasferirsi a Roma. E fu proprio la sua fama sempre più diffusa a farlo giungere presso la corte di Urbino, nelle Marche, voluto dal duca Francesco Maria I Della Rovere per ridare potere e splendore alla propria dinastia e residenza.

Ed è proprio ad Urbino che, nel 1538, Tiziano porta a compimento una delle sue opere più significative e uno dei nudi artistici più importanti nella storia dell’arte: la Venere di Urbino, custodita dal 1694 presso la Galleria degli Uffizi di Firenze.

La Venere di Urbino di Tiziano, olio su tela, 119x165cm, 1538

Commissionato dal duca Guidobaldo II Della Rovere (1514-1574), il dipinto è noto non solo per la sua impeccabile tecnica artistica, ma soprattutto per i numerosi significati nascosti, pratica in realtà comune nel Rinascimento. L’opera era stata richiesta come fonte di ispirazione per Giulia Da Varano (1523-1547), moglie del duca, un monito velato e “didattico” per ricordarle i doveri femminili nella vita coniugale. La giovanissima donna era difatti ancora adolescente e la coppia si era sposata pochi anni prima, nel 1534, per soli motivi politici.

L’idea del Tiziano era quella di utilizzare il significato di una presenza mitologica posizionandola tuttavia all’interno di un contesto domestico, dove l’essenza sovraumana viene meno. Simbolo di eros e bellezza, la dea Venere è raffigurata completamente nuda e distesa su un lettino, mentre copre appena le proprie parti intime e fissa con sguardo sensuale lo “spettatore” – a metà tra il pudore e l’invito.

Nella mano destra è possibile intravedere dei petali di rosa, fiore associato a Venere, i quali volevano indicare lo trascorrere del tempo e la caducità delle bellezza: tutto passa, anche la beltà, e per questo motivo è necessario basare la proprio esistenza e la propria vita sentimentale su valori più importanti e radicati, come la fedeltà. Vicino ai piedi della dea è difatti raffigurato un cagnolino dormiente, simbolo per antonomasia di lealtà, in questo caso verso il proprio sposo e compagno.

Tutte le sfaccettature del dipinto, dall’uso dei colori chiari e scuri, la profondità dello sguardo, alla posa del corpo e le pieghe delle lenzuola, sono mirati a trasmettere un sentimento di sensualità privata, intima, da condividere esclusivamente in due. Una sensualità che, anche in un contesto domestico e abituale, non dovrebbe mancare.

L’utilizzo delle luci e delle ombre pone in gran risalto la figura femminile rispetto allo sfondo, dove non passano tuttavia inosservate le due ancelle e l’angolo di colonnato che identifica il Palazzo Ducale di Urbino. La scena posteriore vede protagoniste una donna adulta e una bambina, intente ad estrarre delle vesti da una cassa, e ricordano gesta e attimi di attenzione materna: un augurio per il futuro coniugale della nobile coppia, simboleggiato anche dal vaso di mirto poggiato sul davanzale, da sempre emblema di fecondità e nell’antichità considerato pianta sacra proprio a Venere. Purtroppo, Giulia da Varano morì di malattia a soli ventiquattro anni, nel 1547.

Si ritiene che, per quest’opera, Tiziano si sia ispirato a La Venere Dormiente di Giorgione (1507-1510), così come alla tipica raffigurazione della Venere pudica. L’opera fu ereditata dai successori di Della Rovere, per giungere alla Villa di Poggio Imperiale ed infine alla Galleria degli Uffizi, dove oggi illumina ancora la sala 83.

Tiziano Vecellio morì di peste nel 1576, a circa novant’anni.

La Venere Dormiente di Giorgione, olio su tela, Giorgione, 1507-1510

Tipica rappresentazione della Venere pudica

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