Le origini del Teatro napoletano

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Il teatro ha origini dalla tradizione greca e l’arte del teatro napoletano è la base per lo sviluppo del teatro nazionale. Tra il 1400 ed il 1500, durante il periodo della dominazione spagnola, il poeta Jacopo Sannazaro presentò la sua opera intitolata Arcadia. In quell’epoca le prime rappresentazioni avevano luogo nelle piazze o nelle locande solo per intrattenimento. A partire dal 1572, con la nascita del personaggio di Pulcinella da parte dell’attore Silvio Fiorillo, iniziarono le vere e proprie rappresentazioni teatrali. La maschera di Pulcinella si ispira ad un contadino di Acerra, piccolo paese in provincia di Napoli, chiamato Puccio D’Aniello. Ha un vestito bianco ed un cappello di cono bianco col volto coperto da una polvere scura, la gobba ed il naso ad uncino. Ecco la maschera di Pulcinella, personaggio umile, ma nello stesso tempo furbo e testardo. Dopo Fiorillo, Pulcinella è stato interpretato da altri attori che hanno fatto la storia del teatro napoletano come Andrea Calcese, Salvatore Petito, Eduardo de Filippo e Massimo Troisi.

Il padre del teatro napoletano è Eduardo Scarpetta. Siamo alla fine dell’800 ed agli inizi del 900. Scarpetta è stato autore di oltre 150 opere teatrali, tra cui le migliori sono: “Feliciello e Feliciella”, “Miseria e nobiltà”, “La collana d’oro”, “O’ miedece d’e pazze!, “L’albergo del silenzio”.

Eduardo Scarpetta impersonificò il personaggio di Felice Sciosciammocca (“Felice soffia in bocca”). Alla morte di Petito, e con la scomparsa di Pulcinella, Scarpetta si fece interprete dei rinnovati gusti del pubblico napoletano, introducendo nuovi personaggi della borghesia cittadina.

Altro autore che ha fatto la storia del teatro napoletano è Eduardo de Filippo, figlio d’arte di Eduardo Scarpetta e di Luisa de Filippo. E’ stato un autore, attore, regista, direttore e precursore del neorealismo italiano, ha collaborato nel cinema con registi del calibro di Rossellini, Fellini e Pasolini.

Tra le commedie più importanti di Eduardo de Filippo ricordiamo: “Filomena Marturano”, “Napoli milionaria”, “La grande magia”, “Questi fantasmi”.

Mentre de Filippo parla della borghesia e dei problemi che avvolgono questa classe sociale, Raffaele Viviani si concentra sulla vita della plebe e degli ambulanti. Le opere di Viviani furono considerate vicine alle avanguardie e colpite durante il periodo fascista, per cui fu vietato l’impiego del dialetto.

Poi ricordiamo Antonio de Curtis, in arte Totò, che ha conquistato il pubblico col suo atteggiamento comico e bizzarro, guadagnandosi il titolo di principe della risata. La sua prima apparizione teatrale risale al 1928 a Padova con “Madama follia”, cui seguiranno, tra le altre “Santarellina”, “I tre moschettieri”, “La vergine di Budda”, “Miseria e nobiltà”, “Belle o brutte mi piaccion tutte”, “L’ultimo Tarzan”, “Tra moglie e marito la suocera e il dito”.

Infine vorrei citare altri grandi autori del teatro napoletano del 900, tra cui Nino Taranto con la sua tipica paglietta dentellata e sforbiciata a tre punte, Mario Merola, che interpretava la figura del “mammasantissima”, ovvero del guappo buono in sceneggiate come “Zappatore” e “Lacrime napulitane”, Roberto de Simone col suo capolavoro “La gatta cenerentola”, e Massimo Troisi, che. Col trio La smorfia insieme a Lello Arena ed Enzo De Caro, impersonificò il moderno Pulcinella, con quella sua mimica facciale e quel suo parlare in dialetto e sempre in modo insicuro e tentennante, dando forma di teatralità al suo cabaret.


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