Natura e versi oltre gli ospedali

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Fonte foto: Elisa Nanini

“Ho fiori e di notte invito i pioppi”: Salvatore Quasimodo

La mia ombra è su un altro muro

d’ospedale. Ho fiori e di notte

invito i pioppi e i platani del parco,

alberi di foglie cadute, non gialle,

quasi bianche. Le monache irlandesi

non parlano mai di morte, sembrano

mosse dal vento, non si meravigliano

di essere giovani e gentili: un voto

che si libera nelle preghiere aspre.

Mi sembra di essere un emigrante

che veglia chiuso nelle sue coperte,

tranquillo, per terra. Forse muoio sempre.

Ma ascolto volentieri le parole della vita…

(Salvatore Quasimodo, Ho fiori e di notte invito i pioppi da Dare e Avere, in Tutte le poesie, Mondadori 2017)

Ho fiori e di notte invito i pioppi, questo è il titolo e insieme l’invocazione della poesia scritta da Salvatore Quasimodo (Modica 1901 – Napoli 1968) presso l’Ospedale di Sesto San Giovanni nel novembre del 1965, inserita nella raccolta Dare e avere (Mondadori 1966). In questi versi il poeta affronta la malattia personale ritrovando conforto in un immaginario arboreo dal linguaggio segreto e inesplicabile, eppure presente, assertivo nella sua linfa. Scorci naturali scivolano nel movimento del vento con l’abbraccio consolatorio di una continuità più profonda, visibile e invisibile, oltre la dolorosa auscultazione di una costrizione fisica ed emotiva.

La sofferenza della degenza si staglia da subito in apertura del componimento con l’ombra del poeta, il calco della sua umanità “su un altro muro d’ospedale”: la sintomatologia del timore si manifesta nel secondo verso mediante il binomio contrastivo e assillante, “fiori” – “notte”, bellezza e oscurità, cui si deve assoggettare necessariamente l’esistere. Ma già nel vuoto in cui l’enjambement spezza e divide secondo e terzo verso (“notte / invito i pioppi e i platani”) si profila un passaggio, l’elemento naturale stimola una nuova dimensione di ricerca e un desiderio di interazione col trascendente, nonostante il buio. Anzi, proprio quello scarto notturno, quella crepa, obbliga a superare il quadrante delle pareti. Le foglie autunnali a terra, “non gialle, / quasi bianche”, si stingono in una diafanità sacra, di “monache irlandesi” che “non parlano mai di morte”. Partecipano a una parola fuori dal tempo, a una preghiera di cui non è possibile avere una comprensione totale, sono testimonianza diretta di una speranza e di una promessa intraducibile.

E sempre lì, a terra, tra le coperte, si trova contemplativo e caduco il poeta “emigrante”, assorto in un insolvibile interrogativo di esistenza che, paradossalmente, suggerisce l’accettazione e il riconoscimento di una pienezza del vivere nelle sue polarità: porgendo l’orecchio a un abisso insondabile, Quasimodo rivendica fedeltà “alla vita e alla morte / nel corpo e nello spirito”. Il mistero, ciò che non si può intendere se non avvertendolo “a intervalli”, lega l’uomo al suo destino, a “qualcosa” che ci “supera” con leggerezza, sfiorandoci con l’assurdo divario tra “morte” e “illusione / del battere del cuore”.

“Boschi, acque”: Antonella Anedda

Nel solco di questo dialogo tra uomo e natura, tra ago e filo, si colloca anche la poesia Boschi, acque di Antonella Anedda (Roma 1955), contenuta nella raccolta Historiae (Einaudi 2018). La prospettiva dell’autrice contemporanea risulta ribaltata rispetto ai versi quasimodiani: la malattia non viene esperita in prima persona, lo sguardo è quello di chi fino all’ultimo ha voluto stringere la mano a un familiare amato, scongiurandone l’ineluttabile perdita.

All’interno di uno scenario natatorio e onirico che vede stormire “il mare […] come un pioppo” la dipartita della madre viene a incastonarsi nel breve componimento con le pennellate precise dell’Ophelia del pittore preraffaellita John Everett Millais, inverando una puntuale commistione cromatica ed elementare dalla tensione metamorfica. Fronde, rami, “alghe rosso-cupo” percorrono gli attraversamenti arteriosi dentro e fuori dal corpo, culminando in un’immersione che segna il varcare di una soglia, un nuovo trascinato fluire “fino a riva”. Così la sfera vegetale incontra nello sconfinamento della linea dell’acqua anche l’iconografia classica della Tomba del Tuffatore e il suo salto, schiudendo le porte di un aldilà nascosto, ma non per questo meno percepibile nel ritorno terreno di voci e suoni.

Varie suggestioni uditive, infatti, si dispiegano in questi lunghi versi marcati dall’uso costante dell’allitterazione, creando nel complesso una musicalità boschiva e liquida che trova sospensione solo nella durezza gutturale del dolore fisico materno (“cantava”, “caldo”, “cicale”, “cupo”, “caviglie”, “corpo”): la permanenza dopo la morte sembra scontare come rovescio della medaglia un crudo cambio di consistenza, perché nel ricordo possa affiorare una sopravvivenza che non sia “l’ultima volta”, ma un approdo nella coralità delle onde.

Quando mia madre nuotò per l’ultima volta

il mare stormiva come un pioppo.

Un ramo ingrossava la corrente.

Lei cantava nel caldo – nella voce un frinire di cicale

sulle caviglie le alghe rosso-cupo.

Il corpo si rovesciò da solo,

il mento immerso nell’acqua

servì a trascinarla fino a riva. 

(Antonella Anedda, Boschi, acque, in Historiae, Einaudi 2018)

 


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